MARTORANO del Medioevo

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Nella fascia di territorio posta fra l’attuale Martorano e il vallone Acquolella, al di sopra dell’antica strada romana, fu fondato da un Marturius un fundus con relativa abitazione padronale. Il casale Martorano di Montecorvino Rovella è attestato nell’anno 998: in locum stricturie finibus, è il riflesso di un cognome Marturius, con il suffiso ano, da cui anche Marturigo in Veneto, con il suffisso celtico di ecus”. A partire dal I secolo d.C. assistiamo al fenomeno di polarizzazione e concentrazione agraria da parte di grandi possessores romani anche nel nostro luogo con una tipologia gestionale tipica delle grandi ville rurali. Non è improbabile, quindi, la presenza di una unità insediativa a carattere gestionale, condotta in loco dai conductor, i quali dirigevano e sovraintendevano al lavoro dei campi dei coloni e degli schiavi residenti a Martorano e nel vicino vallone di Aiello.
 
 
Nei primi anni della conquista longobarda di Benevento diverse fare furono inviate a presidiare le vallate del Picentino, del Tusciano e del Cornea. Durante gli anni ’90 del VI secolo, probabilmente, una di queste si insediò nelle vicinanze del l vecchio fundus, luogo posto fra due valloni e ricco di acqua sorgente. Il nome Farinola= piccola fara indicava la presenza in loco di un piccolo gruppo famigliare di exercitales con le loro famiglie, capeggiato da un faraman, mandato in loco dal nuovo duca di Benevento per presidiare la strada antica e controllare questa parte di territorio.
 
La scelta del luogo era dovuto sia alla posizione strategica, facile da presidiare e ben collegato con le altre fare, sia alla vicinanza a diversi fundus e insediamenti agrari delle vallate del Cornea e del Picentino. Da questo luogo, infatti, partivano le razzie verso i vicini territori bizantini, rubando e depredando nelle varie fattorie e villaggi esistenti nel contado salernitano. Il persistere di questo continuo stato di insicurezza e di devastazione da parte degli exercitales di Farinola costrinse i vari proprietari salernitani a pagare un tributo annuo in denaro o in natura, versando parte dei coltivi prodotti nei loro fondi a questo gruppo faramannico.
 
La conquista di Salerno nel 640 e l’assegnazione di vasti fondi per diritto di hospitalitas favorì la stabilizzazione del gruppo longobardo in loco e una maggiore organizzazione economica delle vecchie aree agrarie romane. Nel corso dell’VIII secolo, poi, assistiamo a una sistematica emigrazione di famiglie sia in direzione di Martorano-Marangi sia verso Gauro, Coriano e Calabrano.
 
Lungo la strada antica, sul lato Sud, ancora oggi si eleva un piccolo rilievo arenario che diventa particolarmente ripido sul versante Sud. Su questa parte della collinetta, meglio riparata e facile da difendersi da intrusioni indesiderate, fu costruita, probabilmente nel corso della seconda metà del IX e nei primi decenni del X secolo da un nobile salernitano o da un allodiero locale una corte fortificata. L’intero edificio e la proprietà dovevano essere circondate da mura e siepi con relativo accesso sulla strada antica e sul lato Sud-Est.
Nella parte inferiore di Martorano, vicino alla corte e nell’angolo formato dalla strada interna del casale e dalla “cupa dei Cavalli” fu costruita, probabilmente, negli anni 30 o ’40 del X secolo da un nobile longobardo una chiesa privata dedicata a S. Simeone. La chiesa era dotata di beni, di una curtis e gestita da un rettore appartenente alla famiglia del Dominus. Alla morte del primo Beneficiato, probabilmente, venne nominato Amato, figlio di Iannellisi e compatrono del Beneficio, il quale assicurò per diversi anni la cura spirituale ed economica della cappella. Le sua capacità e le conoscenze giuridico lo spinsero a intraprendere la pratica del notariato, diventando poi uno dei primi notai di Martorano e Rovella.
 
I due incarichi gli permisero di entrare a pieno titolo nell’élite del Comitato Giffonese, sposando una ricca nobildonna del luogo, dalla quale ebbe una cospicua dote e diversi figli. Nell’ultimo quarto del secolo, assistiamo, con molta probabilità, a un ulteriore ascesa economica di Amato e della moglie Maralda, i quali per ribadire il loro status ampliarono le case paterne, rendendole più accoglienti e vivibili. La magnificenza dei mobili di casa, e il tenore, di vita della coppia è documentato da diversi oggetti di valore esistenti nella loro casa e dal prestigio che godono nell’intera area giffonese e nei vicini villaggi di Montecorvino, permettendo ai figli, con molta probabilità, di assumere incarichi di prestigio nell’ambito del Comitato Giffonese o nella vicina città di Salerno. Negli ultimi anni della loro vita, rimasti soli a Martorano per l’emigrazione dei figli e del cugino Cati, decidono di donare alla chiesa principesca di Santa Maria de Domno di Salerno la loro casa e tutto quello che avevano “radunato” al suo interno, escludendo, però, la quarta parte che spettava a Maralda. Alcuni dopo la morte di Amato l’abbate Dumnello si reca a Martorano, nella casa del testatore con il notaio, giudice e due testimoni per ratificare con atto notarile la volontà dell’anziano rettore di S. Simeone.
 
Il rettore dopo la donazione di Amato era nominato dalla chiesa principesca di Santa Maria de Domno di Salerno, la quale gli aveva affidato il compito di salvaguardare ed amministrare la casa padronale, le abitazioni servili, la chiesa e i vari fondi coltivati ad essa appartenenti. Oltre a queste funzioni il suo Rettore esercitava in nome e per conto di S. Maria de Domno, le funzioni di “parroco” sui dipendenti della chiesa salernitana, presenti e dimoranti nei territori di sua proprietà. “È evidente, quindi, che al valore spirituale della donazione va aggiunto un innegabile aspetto politico-economico, in quanto attraverso S. Simeone, la famiglia principesca esercitava la propria autorità sulle terre e sugli abitanti facenti capo ad essa.
 
La vicenda si colloca, infatti, nel periodo in cui i principi di Salerno realizzano un primo tentativo di controllo del locus Stricturie, attraverso l’acquisizione di capitali e terreni da parte di enti ecclesiastici urbani, come appunto la chiesa principesca di Santa Maria de Domno. Una fitta trama di interessi gravitano intorno a Santa Maria, terre, case, chiese e botteghe in città, curtes, mulini, fondi ed ecclesiae billanae nel contado, un volume di affari considerevoli che cresce e si definisce nel corso dei secoli XI-XIII, attirando nell’orbita della chiesa piccoli possessores, ceti cittadini, artigiani, mercanti, aristocratici e producendo risorse preziose da investire in campo economico. All’ombra della chiesa, gli abati non solo concentrano i loro interessi economici, ma organizzano anche il controllo di uomini e gruppi consortili fino al tramonto della potenza longobarda per mano normanna.
 
Nel 1122, la sconfitta di Fulco, signore del castello di Montecorvino, e l’espropriazione del feudo al vecchio proprietario determinò la creazione di diversi suffeudi allodiali, assegnati a vari militi. Uno di questi si insediò con la sua famiglia nella piazzaforte, costruendo un piccolo nucleo fortificato, capace di difendere e controllare l’intera area di Martorano alto. Costituito dalla casa del milite, depositi per i prodotti agricoli, da stalle per i buoi e per altri animali domestici e da un viottolo a gradoni, era circondato da mura e siepi che ne garantivano la sicurezza. Lungo la strada si apriva una porta d’ingresso, costituta, probabilmente, da un cancello sotto arco e da una soprastante torre quadrangolare. Non conosciamo il nome del primo milite né quello del catalogo dei baroni ma si può ipotizzare che fosse Mantenna figlio di Gilio, vissuto negli anni ’50 e ’60 del secolo e censito nel predetto catalogo per otto villani.
Negli ultimi decenni del ‘200, a causa della terribile Guerra del Vespro, il vecchio nucleo normanno assunse una notevole importanza strategica e abitativa, divenendo, con molta probabilità, il borgo più popoloso di Martorano. A partire dalla fine del secolo, infatti, fino a tutto il XIV secolo, furono costruite lungo il viottolo alcune case a corte chiusa con porta sotto arco, racchiuse e difese da siepi e da mura. Sui resti del vecchio fortilizio normanno, in particolare, fu edificata, probabilmente, da membro del notabilato montecorvinese, forse un ufficiale della chiesa o un esattore delle tasse, una torre a forma ovale o quadra. La struttura aveva la funzione e il compito di difendere e controllare l’acceso al borgo e, soprattutto, di vigilare e sovraintendere al traffico dei viandanti e delle merci che transitavano lungo l’importante arteria pubblica. Nel corso del secolo, poi, grazie alla sua conformazione urbanistica, il borgo si estese in direzione Nord, allungandosi lungo le pendici del rilievo collinare, dove furono costruiti altri edifici e vani di servizi. L’intero nucleo abitato rappresentava senza dubbio il classico casale di pendio dove vivevano sia famiglie di antica residenza sia nuove casate, appartenenti al ceto dei piccoli proprietari terrieri, vassalli della Chiesa di Salerno e censuari della Mensa di Acerno.
 
Nella inchiesta del 1370 fatta da Petrarca de Empio per conto dell’Arcivescovo Guglielmo, compare un certo Landulfo Saullo, definito nell’atto come Arcipresbitero di Acerno, titolo eminente assegnato al principale esponente del Capitolo Cattedrale di S. Donato o del Capitolo di S. Pietro. L’appartenenza a l’uno o l’altro Capitolo ci indica con chiarezza sia luogo dove svolge il suo servizio sacerdotale sia dove abita con la sua famiglia. Personalmente credo che il Nostro sia di Montecorvino dove abitava e ricopriva il ruolo di Arcipresbitero.

 
Secondo questa mia ipotesi Il Nostro era figlio di un personaggio emergente del notabilato locale, residente, quasi sicuramente, a Martorano dove vive e lavora con la sua famiglia fin dalla prima metà del Trecento. Nel corso della seconda metà del secolo, poi, il Nostro, insieme ai suoi famigliari, svolge all’interno della società montecorvinese un ruolo di primo piano, intessendo rapporti privilegiati con i vari Vescovi di Acerno, le autorità civili e gli altri preti del locale Capitolo. Le sue amicizie, la sua carica e il patrimonio accumulato consentono ai suoi congiunti di ampliare e costruire nuovi vani sul vecchio nucleo normanno, e di acquistare nuove terre e beni a Martorano e nei luoghi vicini. Nel corso della prima metà del ‘400 assistiamo ad una lenta e costante crescita demografica ed economica della famiglia, divisa in più rami e insediata nella parte bassa della strettola. Il sito venne denominato nel corso del secolo con l’antroponimo Saulli per indicare il luogo dove vi erano le case dei vari membri della famiglia.