LUISA SANFELICE

LUISA SANFELICE
Maria Luisa Fortunata de Molina, figlia di Don Pedro de Molino e di Camilla Salinero, nacque a Napoli il 28 febbraio 1764. Essa divenne, crescendo, una fanciulla di grande bellezza e, appena diciassettenne, sposò il nobile napoletano Andrea Sanfelice, suo cugino. Ma la coppia prese a condurre una vita dissipata,tanto che a Corte fu deciso di separare i due coniugi per qualche tempo. Lui fu mandato nel 1791 presso il Convento dei Padri Ciorani di Nocera e lei presso il Conservatorio di Santa Sofia a Montecorvino Rovella, “ luogo di buon aere ed edificazione “ fondato nel 1719 nel Capoluogo Rovella.
I due, però, riuscirono ad incontrarsi a Salerno, e Luisa rimase incinta, cosa che indispettì molto i sovrani che videro trasgrediti i loro ordini. I due furono di nuovo separati, lui fu mandato a Laureana, Agropoli e lei ritornò al Conservatorio di Santa Sofia di Montecorvino Rovella.
Il 7 marzo 1794, mentre si apriva la porta del Conservatorio per l’introduzione “ di cose necessarie alle monache “, Luisa, eludendo la sorveglianza della suora addetta alle cucine, fuggì fuori e raggiunse la sottostante Piazzetta dove il marito la aspettava con una carrozza e con il cocchiere che il Dumas nel suo romanzo disse di essere Michele Pezza ( Fra Diavolo ).
Quando, agli inizi del 1799, fu proclamata la Repubblica Partenopea, Re Ferdinando, riparò a Palermo, e da lì cercò di riconquistare il regno tramite una congiura guidata dalla famiglia Baccher, banchieri di origine svizzera. Intanto a Napoli Luisa Sanfelice si dava alla gioia con i francesi, non perché fosse di sentimenti repubblicani, ma perché ubbidiva alla sua indole di donna bella e giovane, disposta a divertirsi e ad innamorarsi senza troppe distinzioni fra innamorati monarchici e repubblicani. Di lei, si era perdutamente innamorato Gerardo Baccher che, per proteggerla dalla congiura, le diede un salvacondotto da esibire in caso di pericolo. Ma la Sanfelice, che in quel periodo era innamorata di Ferdinando Ferri, fervente giacobino , consegnò il salvacondotto a lui per ogni evenienza. Quest’ultimo, o perché poco innamorato di lei, o perché in lui allora la fede giacobina era superiore ad ogni sentimento, la denunciò.
La congiura fu scoperta e i repubblicani diedero il merito a Luisa definita “ salvatrice della repubblica e madre della patria, così scrisse il Monitore Napoletano. A seguito di queste notizie che giunsero a Palermo, Ferdinando IV scrisse al Cardinale Ruffo , a capo dei suoi Sanfedisti che stava per entrare a Napoli, che egli voleva che la Sanfelice fosse arrestata.
La repubblica, ormai agli sgoccioli, capitolò , re Ferdinando ritornò a Napoli e, non perdonando alla Sanfelice di avere collaborato con i repubblicani, la condannò a morte, sfidando l’opinione pubblica che era contraria a questa condanna. La Sanfelice, tentò un ultimo bluff: disse, appoggiata da alcuni medici compiacenti, di essere incinta, e allora si stabilì di eseguire la sentenza dopo il parto, per evitare di stroncare, oltre alla vita della Sanfelice, quell’altra piccola vita che, a suo dire ( e dei medici) cresceva in lei. Ma il Re, sospettando di quei medici, la fece visitare da altri che obiettivamente smentirono la gravidanza. Allora la Sanfelice, tra il cordoglio e l’indignazione generale, dovuta al fatto che la gente capiva bene che la Sanfelice, in realtà, si interessava poco di politica, e che aveva solo una gran voglia di vivere, fu decapitata a Piazza Mercato l’11 settembre 1800.
Alessandro Dumas arricchisce l’episodio della decapitazione con molti particolari : la triste cerimonia stava avvenendo tra le proteste del popolo e una guardia impaurita fece partire un colpo di archibugio che spaventò il boia che nel calare la mannaia no fu preciso e recise solo metà del collo di Luisa. Fu costretto a terminare il suo triste lavoro lavorando di coltello.
A Montecorvino Rovella le è stata dedicata la Piazza sottostante il Conservatorio di Santa Sofia. Probabilmente verso la fine del 1800 sostituendo il nome precedente di Piazza Lavinia. Benedetto Croce nella sua pubblicazione de “ la rivoluzione napoletana del 1799 “ criticò questa scelta definendola di “ dubbia opportunità “.

Nunzio Di Rienzo

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