Romualdo Trifone

Romualdo-Trifone

La sera del 7 aprile 1963, piazza Umberto I di Montecorvino Rovella, su cui si   affaccia l’abitazione della famiglia Trifone, era gremita fino all’inverosimile. Il prof. Ruggiero Moscati, docente dell’Università di Napoli, candidato al Senato della Repubblica per il partito liberale, pronunciava un erudito ed appassionato discorso politico. Toccò proprio a lui, allievo del Trifone, annunciare, nel corso del discorso, con voce rotta dalla commozione, l’improvvisa morte, avvenuta in Napoli, del nostro concittadino Romualdo Trifone, professore emerito dell’Università di Napoli. Un lungo e mesto silenzio calò sulla folla convenuta per il comizio.

Poi, i commenti, i ricordi. Egli se n’era andato in silenzio, quasi in punta di piedi, dando l’ultima testimonianza di un’esistenza improntata ad uno stile di vita semplice e sobrio. Ebbi modo di conoscerlo durante i miei studi universitari e rimasi affascinato dall’immensa cultura che sostanziava ogni atto del suo pensiero. Eppure, mi appariva schivo, modesto, timido quasi. Pochi giorni prima della sua morte, gli feci visita nella sua abitazione napoletana e, mentre mi mostrava i suoi ultimi scritti, colsi nei suoi occhi una rasserenata malinconia che mi turbò profondamente. Il vecchio Maestro, ormai ottantaquattrenne, vedeva vicina la fine del suo cammino esistenziale. Fu allora che avrei voluto abbracciarlo per esprimergli tutta la mia ammirazione, ma un timore reverenziale me lo impedì.

Forse, il vecchio Maestro aspettava l’abbraccio di un giovane montecorvinese per perpetuare un rapporto d’affetto con la cittadina ove era nato il 3 marzo 1879. Chissà! A me resta il rammarico per non averlo fatto. Si laureò in Giurisprudenza a Napoli nel 1902, ottenne la libera docenza in Storia del diritto italiano nel 1909, insegnò a Firenze da ordinario di Diritto forestale, poi, per circa 30 anni tenne l’insegnamento di Storia del diritto italiano a Messina, Pisa, Napoli. Fece parte delle più prestigiose istituzioni culturali napoletane: l’Accademia Pontaniana, la società di Storia Patria, l’Accademia di Scienze morali e politiche. Numerosi furono i riconoscimenti ufficiali, tra cui spicca quello di professore emerito, onoreficenza riservata a pochi docenti per l’alto livello della loro produzione scientifica. Colpisce, poi, l’uso di una scrittura elegante e fluida che non lascia spazio all’improvvisazione, perché sempre sorretta da documentazione ineccepibile e finemente interpretata.

La poderosa, magistrale opera suLa legislazione Angioina (1921) ne costituisce un concreto esempio. L’opera fu dedicata a Giustino Fortunato, suo intimo amico e insigne meridionalista, e a Michelangelo Schipa, e costituisce un “classico” per l’interpretazione di due secoli quasi di storia meridionale (1266 -1442) sul piano “dell’organizzazione amministrativa e l’articolazione giudiziaria dello Stato, sotto la monarchia napoletana degli Angioini e degli Angioini-durazzeschi”. Nella sua sconfinata produzione non manca il contributo alla storia moderna del Mezzogiorno. Qui, Romualdo Trifone sprigiona, a soli 30 anni, tutto il suo potenziale di uomo erudito, di accanito ed instancabile ricercatore, e pubblica un vero capolavoro:Feudi e Demani ; Eversione della Feudalità nelle province napoletane. (Milano, 1909). “Tutta la storia economica, sociale, agraria delle nostre terre, a cominciare dall’epoca prerivoluzionaria e a giungere quasi ai nostri giorni, non si può intendere ove si prescinda da quest’opera sul movimento antifeudalista e sulle varie fasi della legislazione eversiva della feudalità nell’Italia meridionale”. Questo scriveva Nicola Acocella nel 1963. Pino Lanocita, nel suo bellissimo libro Il latifondo delle masserie , pubblicato nel 2000, richiama costantemente l’opera di R.T. per suffragare la giustezza delle sue interpretazioni sul problema della eversione della feudalità. Emerge, nel libro di Lanocita, la figura di Romualdo Trifone, fervente cattolico, in tutta la sua sapienza e grandezza, tanto più fulgida, perché evocata da uno studioso di formazione marxista.

La capacità di organizzare la ricerca, scrutando con strumenti ermeneutici raffinati ed incisivi campi ristretti della cultura, permette al Trifone di essere annoverato “come l’antesignano dei più moderni indirizzi storiografici”. Questi ultimi allargano il campo d’indagine, al fine di una più profonda e completa conoscenza dei fatti storici narrati, allo studio minuzioso ed erudito degli istituti giuridici, di cui il Trifone fu maestro insuperabile. Attraverso di essi il Nostro risale alla configurazione delle strutture associative di un popolo nel divenire dei rapporti tra i diversi poteri dello Stato e ne evidenzia le regole che scandiscono la vita quotidiana, economica e agricola. Ed è proprio questo aspetto peculiare della sua   ricerca che mette al centro la storia dell’uomo all’interno di una società con le sue regole, le sue istituzioni, i suoi valori, ad affascinare Romualdo Trifone.

 E fu questa scelta di vita, incrollabile, fiduciosa, instancabile nel difendere e tutelare i diritti dell’uomo che lo portò a schierarsi dalla parte degli oppressi, indifesi, nella lunga e tormentata battaglia per l’approvazione della legge n.1766 del 1927, di cui egli fu il possente ispiratore. La legge sanciva, tra l’altro, l’imprescrittibilità degli usi civici, dunque un diritto della povera gente che gli avidi baroni e i grandi agrari avevano loro usurpato.

Legge che, negli anni ’50, ispirava la rivoluzionaria Riforma agraria. Accennavo alla battaglia che il nostro concittadino dovette combattere per l’approvazione della legge; a tal proposito, il grande Giustino Fortunato, in una lettera inviata al Trifone dopo il voto favorevole al Senato, scrive: “Caro Amico mio, finalmente mi arriva una lettera di vero trionfo (è la parola) dell’animo! Dobbiamo a Voi – a Voi, il più modesto e il più semplice degli uomini, ch’io ho conosciuto e, quindi, ch’io ho amato e stimato – un fatto di tanta singolare importanza! Se fossimo insieme vi bacerei…”.

In queste poche righe Giustino Fortunato ha dato l’esatta misura dell’uomo e dello studioso che fu Romualdo Trifone.

Prof. Mariano Morretta

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