CARNEVALE POPOLARE MONTECORVINESE

 

 Si deve al nobile marchese Giovan Battista del Tufo, attraverso una sua preziosa opera, tutta una               precisa serie di notizie concernenti il carnevale nel Regno di Napoli.

In questa pubblicazione del secolo XVI dal titolo lunghissimo : “ Ritratto o modello delle grandezze, delle delizie e meraviglie della nobilissima città di Napoli “ composta di versi che, a detta degli storici erano orribili nella loro stesura, danno inizio alla storiografia napoletana del carnevale.

Il carnevale in quei tempi consisteva essenzialmente di giochi e tornei cavallereschi ed era privilegio della classe nobile , le dame aspettavano con ansia questa ricorrenza per

                                              

                                               …….riguardar quei giochi

                                               Che in cento e mille lochi

                                               I cavalier de la gran patria mia

                                               Fanno con tanta grazia e cortesia

 

I costumi erano belli, splendidi, ricchi. I cavalieri, su magnifici cavalli, facevano sfoggio delle imprese familiari sugli scudi e sui cimieri.

Le dame, le gentildonne, vestite anch’esse con splendidi costumi, si affacciavano alle finestre per ammirare quegli affascinanti giochi e per ammaliare i cavalieri che partecipavano ad essi.

E il popolino ? La classe meno abbiente, i lazzari, osservavano con non poca invidia quel divertimento che era nato come solo privilegio dei ricchi.

Anche tra questa parte della popolazione si sentì il bisogno di partecipare a questa grande festa di spensieratezza che ben presto, purtroppo, si trasformò in “ pazza orgia e furioso baccanale”.

Fu il giornalista, Innocenzo Fuidoro che, nel secolo successivo, raccontò i sintomi di questa degenerazione sin dal 1661, quando la plebe versava acqua addosso alle persone.

L’anno successivo, a partire dal 17 gennaio giorno di Sant’Antonio Abate, cominciarono a comparire anche le prime mascherate popolari (pescivendoli,fruttivendoli,macellai, tavernai,vermicellari,ecc….) e il giorno 5 febbraio 1662, sempre a detta del Fuidoro, vi fu anche una mascherata di “ tarallari ed erbaroli” ed il primo carro trionfale ben descritto dall’autore.

Fu da questo anno e per parecchi altri anni,che si risvegliò “ una grande scostumatezza e baldoria”. La gente veniva investita dal lancio di “ cetrangole”, acqua sporca, uova marce e parolacce oscene, tanto che fu necessario l’intervento delle autorità per eliminare o almeno attenuare il fenomeno.

Le feste carnevalesche avevano perso il loro iniziale carattere di compostezza ed allegria e questi abusi furono causa di molti omicidi, risse o ferimenti. Il del Tufo riferisce che gli scherzi”villani” erano diventati di gran moda perché si partiva dal presupposto che a carnevale ogni cosa fosse lecita.

Ma col trascorrere del tempo la festa cominciò a scemare per mancanza di mezzi, regnava molto lo scontento verso l’operato del vicereame. I terremoti del 1695, 1696 e 1697 contribuirono a questo inesorabile declino.

Il secolo successivo ( XVIII) darà un notevole impulso alla rinascita del carnevale. Le maschere saranno più eleganti, le parrucche incipriate e gli spettacoli di corte , favoriti dalla nuova dinastia regnante dei Borbone, rimarranno perennemente scritti nella storia!

I Borbone erano meno taccagni dei passati Vicerè Spagnoli. Al saccheggio dei carri al tempo degli spagnoli , subentravano le più ricche “cuccagne”, dove il popolo si sfamava e si divertiva, almeno per il carnevale!

 

 

 

 

Intorno alla fine del sec .XVII e gli inizi del sec. XVIII, i carbonai, nostri concittadini che si dedicavano alla produzione del carbone e della carbonella, si recavano sui monti, in special modo tra Acerno, Montella e l’Acellica, sia per il lavoro sia per il pascolo dei propri armenti.

Essi trascorrevano sui monti la maggior parte dell’anno e rientravano solo per pochi giorni,nei propri paesi, in particolari circostanze e ricorrenze, per provvedere ad arricchire le varie provviste con altri alimenti al di là dell’immancabile formaggio, ricotta, vino e grandi” panelle “che duravano per lungo tempo sino a diventare dei mattoni che venivano ridotti a piccoli pezzi per essere edibili.

Questi abili esperti dell’arte montanara composta da montecorvinesi ed olevanesi, volontariamente o involontariamente, rafforzarono il loro ingegno e diedero vita alle prime forme di teatro errante per divertirsi e divertire la gente.

Nacque la “ filastrocca dei poveri” meglio conosciuta come la “ filastrocca dei dodici mesi” che a Carnevale ( periodo scelto per la discesa dai monti) veniva e viene recitata in tutte le piazze e piazzette sia a Montecorvino Rovella che a Olevano Sul Tusciano.

Quel che rende più preziosa questa filastrocca e’ l’assenza di documentazione. Essa è stata tramandata nel tempo da padre in figlio in forma orale ed è arrivata sino a noi completa nella sua vera e genuina espressione dialettale del tempo.

Tredici pastori a cavallo di tredici muli iniziavano il loro percorso scendendo dai monti. Si levavano molto presto dopo aver provveduto agli armenti ed alla loro custodia, e scendevano a Montecorvino lungo un tratturo che dai monti di Acerno portava a ridosso del costone della frazione Votraci.   La Montecorvino dell’epoca era suddivisa in 23 casali, a loro volta dominati da famiglie nobili. In ciascun casale il palazzo nobiliare era ben visibile con lo spiazzo della sua corte ed ivi avvenivano le fermate.

Dopo la declamazione che di solito era confortata dalla presenza dei “ signori” affacciati a finestre, balconi o terrazze, e molta parte di popolo, la servitù ,opportunamente istruita, scendeva fra la gente presente e dispensava vino ed ogni ben di Dio ; agli attori, invece, danaro, vino e altre cibarie a parte, che venivano riposte in grandi bisacce situate ai lati dei muli.

La scena si ripeteva numerose volte ( minimo 23, quanti erano i casali) e ciascuna famiglia nobile, dominante il casale, faceva a gara con le altre dei “ casali concorrenti” per elargire di più e per essere meglio esaltata e lodata nella generosità dei donI

Lascio immaginare quale era lo stato fisico della comitiva alla fine della giornata e come fosse precario il ritorno sui monti.

I muli ultracarichi di roba, gli attori ultrapieni di vino e cibarie, gli altri accompagnatori insonnoliti e stanchi.

I buoni animali conoscevano la strada del ritorno ed il rientro avveniva quasi sempre senza incidenti, ad eccezione di immancabili fermate per motivi fisiologici.

La filastrocca che è pervenuta sino a noi è un misto farraginoso di dialetto antico, dialetto moderno e qualche strofa in italiano ( segno di modifica nel tempo nella tradizione orale). Qualche abbozzo di rima e con una scurrilità classica dei carbonai montanari.

 

 

 

I festeggiamenti culminavano solitamente con il processo, la condanna, la lettura del testamento, la morte e il funerale di un fantoccio, che rappresentava allo stesso tempo sia il sovrano di un auspicato e mai pago mondo di “cuccagna”, sia il capro espiatorio dei mali dell’anno passato. La fine violenta del fantoccio poneva termine al periodo degli sfrenati festeggiamenti e costituiva un augurio per il nuovo anno in corso.

 

 

 

ED ECCO LA FILASTROCCA COME OGGI (2013) VIENE RICORDATA:

 

Io sono il padre di dodici figli

Guardatemi, rifletteteli, assomigliano tutti a me.

Sono forti, belli e ncazzusielli,

tu,gennaio, racconta le tue ragioni

e se qualche mese non si porta bene

gli dai in capo stò mio bastone!

 

Io so gennaio, primo dei mesi e primo dell’anno

i miei fratelli poco o nienti sanno

aggiu fattu a caccià uocchi cu lu pecuraru

ma nun me l’aggiu fatta fare da lu putatoru

lu putatoru adda essere sanicciu

adda torce a torta cu nu bracciu

verrà lu juorno ca lu facciu a sausicchiu

e facciu scennere u lammiccu cu i mustacci

 

Io so febbraio, ca la freva stengu

Sei misi vacu e sei misi vengu

Iu so febbraio ca facciu crescere l’erva

E nganna ma mencu sta bella pulenta

Io so frevaru, frevaru siccu

Ca frega u puveru e lu riccu

Io so frevaru, frevaru curtu

                                               Ca frega frega sempre a tutti           ( espressione attenuata)

 

     Io so marzo, arrassusia, songu peggiu de frevaru

Si me viri buonu oggi, nun l’accierti pe dimani

Tutti chilli micci, micci,malupatuti e malaticci

Malu scuorzu l’aggia fa

Mo la sienti a carcassata, mo la sienti a pocu a pocu

E viri marzo che sa fa

Lampi, trone, saette in quantità

E a vuie, viecchie e vecchie au campusantu v’aggia purtà!

 

Io sono aprile, di bello aspetto

E porto i fiori sul mio cappello,

di tutti i fratelli sono il più bello !

Vi mostro questo mio ramaglietto

E ascolterete maggio che è più giovinetto!

 

 

Io so maggio, maggior di tutti gli alimenti

Pur l’animali ca stanno dint’a furesta

Mangiano, bevono e si divertono

Ve mostro stu milu cutugnu

Sentiti appriesso lu mese de giugno!

 

 

 

Io so giugno, cu la mia serrecchia

Tannu metu iu, quannu ngrifa la cicerchia

Si quacche femmena patesse o fruscio all’aurecchia

Venesse addò mmè ca la spurtosu cu la serrecchia!

 

Io sò luglio, cu lu carru ruttu

Vacu accuglienno spighe granose

Aiutammece cumpagni miei cu l’asciutto

Si no perdimmo lavoro e spese

 

Io sono agosto con le mie malattie

Aggiu girato mierici, spitale e farmacie

Ma nisciunu ha saputu addivinà a malatia mia

Iu pe dispietto me mangi una gallina a matina

E me ritiro in bella posta

A saluta mia e a faccia vostra !

 

Io so settembre cu la fica moscia

E l’una moscatella ca fernisce

Si quacche femmena patesse la paposcia

Venesse addò mmè ca la guariscu

 

Io so ottobre cu la mia scalella

Sagliu e scengu pe ncoppa a re vetelle

Iu tengu nu bellu vinu dint’a votta

Me lu bevu e poco me ne fotte

Nce mengu nu cauciu sotto e nun ce resta manco nu gliutto

 

Io so novembre, capo seminatore

Aieri iette a o campo cu duie buoi

Marchetielle e Palummielle

Pe disgrazia me murette Marchetielle

E rimanette sulu cu Palummielle

Però na bbona purziona e terra la seminai

Questo per me, questo per gli uccelli e questo per le donne belle!

 

Io so dicembre, ultimo dei mesi e ultimo dell’anno

I miei fratelli poco e niente sanno

Perciò v’arraccumanno a voi che state in ascolto

Di avvisare i vostri massari

Ca se fanno a pruvvista pe tutto l’anno

Ca io me ritiro con acqua, lapete,saette in quantità

E a vuie, viecchie e vecchie a u campusantu v’aggia purtà!

 

 

 

 

 

Sento il dovere di esprimere , come cittadino, come ricercatore storico e come anche attivo partecipante alla manifestazione diverse volte, il più vivo ringraziamento all’Associazione di Sant’Eustachio per aver rappresentato per tanti anni questa tradizione che ci fa rivivere lo spirito allegro e genuino dei nostri antenati.

 

P.S. = Se qualche lettore ha bisogno della traduzione della filastrocca può rivolgersi al sottoscritto tramite il sito presente:

 

 

Buon divertimento !

NUNZIO DI RIENZO

    

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