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La Chiesa di S. Fortunato e i Mulini di Gauro

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Lungo l’antico vallone di Aiello, confine tra Montecorvino e Gauro, esisteva una antica chiesetta dedicata a S. Fortunato e i ruderi di due mulini di origine medievale.
In due inventari di beni della chiesa di Santa Maria di Occiano vi era una proprietà sita nel luogo Faitano. Nel primo del 1491 confinava con la via pubblica ed il vallone, nel secondo invece, la medesima proprietà era ubicata fra la via pubblica e il vallone di S. Fortunato. Da ciò si desume che la chiesa sia stata fondata nella prima metà del Cinquecento, determinando il cambiamento al nome del vallone.
 
Edificata nelle vicinanze della via pubblica, nei pressi del detto vallone da un membro della famiglia de Anello di Gauro, venne per le scarse rendite aggregata alla cappella della famiglia esistente all’interno della chiesa di S. Andrea Apostolo di Gauro. Nel 1601 l’abate Vincenzo de Anello, cappellano del Beneficio di S. Fortunato e S. Caterina, di Jus Patronato dell’abate Decio de Anello, permuta un terreno appartenente alla chiesetta con un altro contiguo di d. Cesare Aitoro. Dalla stipula si rileva che la macina aveva “un rendito annuo di un carlino al Beneficio di S. Fortunato per lo Jus del passaggio dell’acqua” nel terreno ove era ubicata la nostra chiesetta.
 
Il disinteresse del cappellano e la pochezza dei beni portò alla rovina del fabbricato sacro con il conseguente abbandono della chiesa. Difatti nel 1616, nella descrizione dei confini fra Giffoni e Montecorvino si afferma: “Il vallone chiamato Retrovere il quale va a congiungersi con un rivo che si chiama la Rienna e per ditto rivo saglie dove si dice Santo Fortunato dove ancora si vedono le vestigie delle mura di una cappella che si chiama Santo Fortunato, confine divisorio, e per ditto rivo seu vallone di Santo Fortunato se tira per una valle, come discende l’acqua al luogo seu Valle di Recupe”.
 
Al disotto dell’attuale strada esistono i resti di due fabbricati denominati nel gergo locale i Mulini. Sono due edifici parzialmente distrutti dove si intravede una torre e un canale di scarico a volta, segno che in un passato recente venivano utilizzati come mulini e macine olearie. Da un analisi superficiale delle mura si può ipotizzare che i due edifici siano stati costruiti tra XII e XIII secolo su licenza dei signori di Giffoni. Dal numero dei vani, soprattutto nell’edificio sottano, si può tranquillamente affermare che negli ultimi secoli de Medioevo e nei primi decenni del XVI secolo siano stati abitati dai conduttori dei due opifici.
Dalla permuta del 1601 sappiamo che nel terreno di S. Fortunato d. Cesare Aitoro possiede un “olivito de sopto e de sopra il territorio di detto Beneficio, con una macina seu trappeto ad acqua e l’antico diritto di poter condurre e far passare lo curso dell’acqua per poter macinare a ditta macina non solo per mezzo l’olivito e territorio di ditto Beneficio da mezzo a mezzo come appare dalla fabbrica et curso predetto, ma poi da circa anni trenta li Magnifici de Copeti, predecessori possessori di ditta macina ed olivito, per maggiore loro comodità hanno portato detta acqua et fatto un altro corso seu alveo per un’altra parte, et proprio per la via deritto et esce per sotto lo prendo seu vena de preta, territorio similmente di detto Cesare Aitoro, e perché da sotto lo detto monte de preta contiguo a ditto loco vi è un terreno inutile e petroso che viene ad essere tra detto prendo et monte predetto di circa sei palmi di de larghezza e palmi 25 di longhezza, quale è di ditto Beneficio, da dove al presente vi è sotto un corso seu alveo, et quillo proprio che vi è, per cui ha deciso di permutarlo con un altro piccolo terreno dei signori Aitoro”.
 
Come appare da altri documenti e da quanto afferma il Beneficiato di S. Fortunato, l’edificio soprano era una macina olearia appartenente alla famiglia Copeti di Montecorvino. Nella divisione de i beni del 1593 tra le sorelle Copeti la “Macina ad acqua per macinar olive, confinante col vallone di S. Fortunato con casa per le capre è toccata a Zinobia, moglie di D. Cesare Aitoro. Nei primi decenni del Seicento, gli Aitoro per ovviare ad alcune necessità economiche vendono l’opificio alla famiglia Del Pozzo, la quale mantenne il possesso anche nei secoli successivi. Dal catasto murattiano si rileva che nella prima metà dell’Ottocento l’attività era ancora funzionante e apparteneva a d. Federico Del Pozzo di Gauro, figlio di d. Nicola.
 
Le notizie sulla chiesa di S. Fortunato sono state estratte da A. D’Arminio – L. Scarpiello -V. Cardine, Chiese di Montecorvino e Gauro. Istituzioni religiose e vita sociale nella Diocesi di Acerno, Montecorvino Rovella febbraio 2018, pp. 121-130.
 
fonte: montecorvinostoria.it
 
 

MARTORANO del Medioevo

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Nella fascia di territorio posta fra l’attuale Martorano e il vallone Acquolella, al di sopra dell’antica strada romana, fu fondato da un Marturius un fundus con relativa abitazione padronale. Il casale Martorano di Montecorvino Rovella è attestato nell’anno 998: in locum stricturie finibus, è il riflesso di un cognome Marturius, con il suffiso ano, da cui anche Marturigo in Veneto, con il suffisso celtico di ecus”. A partire dal I secolo d.C. assistiamo al fenomeno di polarizzazione e concentrazione agraria da parte di grandi possessores romani anche nel nostro luogo con una tipologia gestionale tipica delle grandi ville rurali. Non è improbabile, quindi, la presenza di una unità insediativa a carattere gestionale, condotta in loco dai conductor, i quali dirigevano e sovraintendevano al lavoro dei campi dei coloni e degli schiavi residenti a Martorano e nel vicino vallone di Aiello.
 
 
Nei primi anni della conquista longobarda di Benevento diverse fare furono inviate a presidiare le vallate del Picentino, del Tusciano e del Cornea. Durante gli anni ’90 del VI secolo, probabilmente, una di queste si insediò nelle vicinanze del l vecchio fundus, luogo posto fra due valloni e ricco di acqua sorgente. Il nome Farinola= piccola fara indicava la presenza in loco di un piccolo gruppo famigliare di exercitales con le loro famiglie, capeggiato da un faraman, mandato in loco dal nuovo duca di Benevento per presidiare la strada antica e controllare questa parte di territorio.
 
La scelta del luogo era dovuto sia alla posizione strategica, facile da presidiare e ben collegato con le altre fare, sia alla vicinanza a diversi fundus e insediamenti agrari delle vallate del Cornea e del Picentino. Da questo luogo, infatti, partivano le razzie verso i vicini territori bizantini, rubando e depredando nelle varie fattorie e villaggi esistenti nel contado salernitano. Il persistere di questo continuo stato di insicurezza e di devastazione da parte degli exercitales di Farinola costrinse i vari proprietari salernitani a pagare un tributo annuo in denaro o in natura, versando parte dei coltivi prodotti nei loro fondi a questo gruppo faramannico.
 
La conquista di Salerno nel 640 e l’assegnazione di vasti fondi per diritto di hospitalitas favorì la stabilizzazione del gruppo longobardo in loco e una maggiore organizzazione economica delle vecchie aree agrarie romane. Nel corso dell’VIII secolo, poi, assistiamo a una sistematica emigrazione di famiglie sia in direzione di Martorano-Marangi sia verso Gauro, Coriano e Calabrano.
 
Lungo la strada antica, sul lato Sud, ancora oggi si eleva un piccolo rilievo arenario che diventa particolarmente ripido sul versante Sud. Su questa parte della collinetta, meglio riparata e facile da difendersi da intrusioni indesiderate, fu costruita, probabilmente nel corso della seconda metà del IX e nei primi decenni del X secolo da un nobile salernitano o da un allodiero locale una corte fortificata. L’intero edificio e la proprietà dovevano essere circondate da mura e siepi con relativo accesso sulla strada antica e sul lato Sud-Est.
Nella parte inferiore di Martorano, vicino alla corte e nell’angolo formato dalla strada interna del casale e dalla “cupa dei Cavalli” fu costruita, probabilmente, negli anni 30 o ’40 del X secolo da un nobile longobardo una chiesa privata dedicata a S. Simeone. La chiesa era dotata di beni, di una curtis e gestita da un rettore appartenente alla famiglia del Dominus. Alla morte del primo Beneficiato, probabilmente, venne nominato Amato, figlio di Iannellisi e compatrono del Beneficio, il quale assicurò per diversi anni la cura spirituale ed economica della cappella. Le sua capacità e le conoscenze giuridico lo spinsero a intraprendere la pratica del notariato, diventando poi uno dei primi notai di Martorano e Rovella.
 
I due incarichi gli permisero di entrare a pieno titolo nell’élite del Comitato Giffonese, sposando una ricca nobildonna del luogo, dalla quale ebbe una cospicua dote e diversi figli. Nell’ultimo quarto del secolo, assistiamo, con molta probabilità, a un ulteriore ascesa economica di Amato e della moglie Maralda, i quali per ribadire il loro status ampliarono le case paterne, rendendole più accoglienti e vivibili. La magnificenza dei mobili di casa, e il tenore, di vita della coppia è documentato da diversi oggetti di valore esistenti nella loro casa e dal prestigio che godono nell’intera area giffonese e nei vicini villaggi di Montecorvino, permettendo ai figli, con molta probabilità, di assumere incarichi di prestigio nell’ambito del Comitato Giffonese o nella vicina città di Salerno. Negli ultimi anni della loro vita, rimasti soli a Martorano per l’emigrazione dei figli e del cugino Cati, decidono di donare alla chiesa principesca di Santa Maria de Domno di Salerno la loro casa e tutto quello che avevano “radunato” al suo interno, escludendo, però, la quarta parte che spettava a Maralda. Alcuni dopo la morte di Amato l’abbate Dumnello si reca a Martorano, nella casa del testatore con il notaio, giudice e due testimoni per ratificare con atto notarile la volontà dell’anziano rettore di S. Simeone.
 
Il rettore dopo la donazione di Amato era nominato dalla chiesa principesca di Santa Maria de Domno di Salerno, la quale gli aveva affidato il compito di salvaguardare ed amministrare la casa padronale, le abitazioni servili, la chiesa e i vari fondi coltivati ad essa appartenenti. Oltre a queste funzioni il suo Rettore esercitava in nome e per conto di S. Maria de Domno, le funzioni di “parroco” sui dipendenti della chiesa salernitana, presenti e dimoranti nei territori di sua proprietà. “È evidente, quindi, che al valore spirituale della donazione va aggiunto un innegabile aspetto politico-economico, in quanto attraverso S. Simeone, la famiglia principesca esercitava la propria autorità sulle terre e sugli abitanti facenti capo ad essa.
 
La vicenda si colloca, infatti, nel periodo in cui i principi di Salerno realizzano un primo tentativo di controllo del locus Stricturie, attraverso l’acquisizione di capitali e terreni da parte di enti ecclesiastici urbani, come appunto la chiesa principesca di Santa Maria de Domno. Una fitta trama di interessi gravitano intorno a Santa Maria, terre, case, chiese e botteghe in città, curtes, mulini, fondi ed ecclesiae billanae nel contado, un volume di affari considerevoli che cresce e si definisce nel corso dei secoli XI-XIII, attirando nell’orbita della chiesa piccoli possessores, ceti cittadini, artigiani, mercanti, aristocratici e producendo risorse preziose da investire in campo economico. All’ombra della chiesa, gli abati non solo concentrano i loro interessi economici, ma organizzano anche il controllo di uomini e gruppi consortili fino al tramonto della potenza longobarda per mano normanna.
 
Nel 1122, la sconfitta di Fulco, signore del castello di Montecorvino, e l’espropriazione del feudo al vecchio proprietario determinò la creazione di diversi suffeudi allodiali, assegnati a vari militi. Uno di questi si insediò con la sua famiglia nella piazzaforte, costruendo un piccolo nucleo fortificato, capace di difendere e controllare l’intera area di Martorano alto. Costituito dalla casa del milite, depositi per i prodotti agricoli, da stalle per i buoi e per altri animali domestici e da un viottolo a gradoni, era circondato da mura e siepi che ne garantivano la sicurezza. Lungo la strada si apriva una porta d’ingresso, costituta, probabilmente, da un cancello sotto arco e da una soprastante torre quadrangolare. Non conosciamo il nome del primo milite né quello del catalogo dei baroni ma si può ipotizzare che fosse Mantenna figlio di Gilio, vissuto negli anni ’50 e ’60 del secolo e censito nel predetto catalogo per otto villani.
Negli ultimi decenni del ‘200, a causa della terribile Guerra del Vespro, il vecchio nucleo normanno assunse una notevole importanza strategica e abitativa, divenendo, con molta probabilità, il borgo più popoloso di Martorano. A partire dalla fine del secolo, infatti, fino a tutto il XIV secolo, furono costruite lungo il viottolo alcune case a corte chiusa con porta sotto arco, racchiuse e difese da siepi e da mura. Sui resti del vecchio fortilizio normanno, in particolare, fu edificata, probabilmente, da membro del notabilato montecorvinese, forse un ufficiale della chiesa o un esattore delle tasse, una torre a forma ovale o quadra. La struttura aveva la funzione e il compito di difendere e controllare l’acceso al borgo e, soprattutto, di vigilare e sovraintendere al traffico dei viandanti e delle merci che transitavano lungo l’importante arteria pubblica. Nel corso del secolo, poi, grazie alla sua conformazione urbanistica, il borgo si estese in direzione Nord, allungandosi lungo le pendici del rilievo collinare, dove furono costruiti altri edifici e vani di servizi. L’intero nucleo abitato rappresentava senza dubbio il classico casale di pendio dove vivevano sia famiglie di antica residenza sia nuove casate, appartenenti al ceto dei piccoli proprietari terrieri, vassalli della Chiesa di Salerno e censuari della Mensa di Acerno.
 
Nella inchiesta del 1370 fatta da Petrarca de Empio per conto dell’Arcivescovo Guglielmo, compare un certo Landulfo Saullo, definito nell’atto come Arcipresbitero di Acerno, titolo eminente assegnato al principale esponente del Capitolo Cattedrale di S. Donato o del Capitolo di S. Pietro. L’appartenenza a l’uno o l’altro Capitolo ci indica con chiarezza sia luogo dove svolge il suo servizio sacerdotale sia dove abita con la sua famiglia. Personalmente credo che il Nostro sia di Montecorvino dove abitava e ricopriva il ruolo di Arcipresbitero.

 
Secondo questa mia ipotesi Il Nostro era figlio di un personaggio emergente del notabilato locale, residente, quasi sicuramente, a Martorano dove vive e lavora con la sua famiglia fin dalla prima metà del Trecento. Nel corso della seconda metà del secolo, poi, il Nostro, insieme ai suoi famigliari, svolge all’interno della società montecorvinese un ruolo di primo piano, intessendo rapporti privilegiati con i vari Vescovi di Acerno, le autorità civili e gli altri preti del locale Capitolo. Le sue amicizie, la sua carica e il patrimonio accumulato consentono ai suoi congiunti di ampliare e costruire nuovi vani sul vecchio nucleo normanno, e di acquistare nuove terre e beni a Martorano e nei luoghi vicini. Nel corso della prima metà del ‘400 assistiamo ad una lenta e costante crescita demografica ed economica della famiglia, divisa in più rami e insediata nella parte bassa della strettola. Il sito venne denominato nel corso del secolo con l’antroponimo Saulli per indicare il luogo dove vi erano le case dei vari membri della famiglia.
 
 
 
 

Fra Generoso Muro

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Generoso Muro nacque a Montecorvino Rovella il 12 maggio 1915 ed entrò tra i Frati Minori della Provincia di Salerno, distinguendosi fin da subito per le sue innate doti di dinamismo e concretezza, sempre messe al servizio degli altri. La sua presenza gioiosa, costante e umile si consumò tra le strade della città, diventandone parte viva e riconoscibile.

Compariva all’improvviso su un filobus o in un negozio, portando con sé serenità e sorriso. Anche chi non lo notava veniva richiamato dal suo vocione allegro, mentre attraversava la strada con passo deciso. Fra Generoso era ormai un volto familiare, una presenza che profumava di cordialità e bontà.

Scendeva dal convento con la sua inseparabile cassetta scura per la questua: in essa molti lasciavano un’offerta, e chi si distraeva veniva richiamato con simpatia e affetto. Ma ciò che raccoglieva non era mai per sé: la sua generosità era tale che spesso restituiva tutto a chi si trovava nel bisogno, senza esitazione.

I suoi gesti di misericordia furono innumerevoli. Molti raccontano di aver ritrovato la fede grazie a una sua parola, a volte dolce, altre più decisa, ma sempre profondamente umana. Era un francescano autentico, colmo di letizia, capace di entrare nelle vite delle persone e portare pace.

Si narra che famiglie divise abbiano ritrovato unità grazie alla sua semplicità e alla sua presenza discreta ma incisiva. Per tanti era più di un frate: era un fratello, un padre, un amico.

La mattina del 10 novembre 1964, un martedì, la notizia della sua morte si diffuse rapidamente per tutta Salerno. Fu un dolore collettivo: commozione, lacrime e smarrimento attraversarono la città. Si perdeva una figura autentica, capace di donare ogni giorno coraggio, conforto e speranza.

 

Fra Generoso è stato e rimarrà un grande testimone della più vera salernitanità: quella fatta di gente semplice, di vite silenziose ma ricche di impegno e amore per il prossimo. Una salernitanità che non cerca visibilità, ma costruisce valore nella quotidianità.

Chi lo ha conosciuto è convinto che la sua presenza non sia mai venuta meno. Ancora oggi, nel ricordo vivo della città, fra Generoso continua idealmente la sua missione di frate questuante: raccogliere offerte, sì, ma soprattutto donare amore cristiano.

Raramente il passaggio di un uomo così semplice ha lasciato una memoria tanto profonda. Le sue azioni quotidiane continuano ad accendere una luce di umanità, mantenendo viva una salernitanità autentica, capace di emozionare, unire e dare senso alla vita di una comunità.

Pochi personaggi sono ricordati con tanta spontaneità e affetto come fra Generoso, il semplice frate del Convento di San Lorenzo dei Frati Minori di Salerno.

 

Chi era fra Generoso?

raramente il passaggio di un umile fraticello da questa terra al Cielo è stato accompagnato da tanto tributo di commozione e di lagrime sincere, da un cordoglio così universale come il passaggio del nostro amatissimo, indimenticabile, francescanissimo fra Generoso.

Martedì mattina, a mano a mano che l’incredibile inattesa notizia si andava diffondendo da un capo all’altro delle nostre zone, allo smarrimento seguiva immediatamente uno scoppio di commozione intensa, di irresistibili lagrime; il cuore si sentiva oppresso da un peso che solo il distacco da una persona amatissima può provocare: era il segno più autentico che tutti sentivamo fra Generoso come uno dei nostri, il nostro papà. il nostro fratello, il nostro amico pronto a rasserenarci col suo sorriso largo e veramente generoso.

E’ così! Fra Generoso, giullare di Dio, ineffabile semplicione che ci ha fatto sentire per tanti anni attualissime. incarnate nelle sue giornate. le pagine più belle dei Fioretti di S. Francesco. era entrato in tutte le famiglie, ne conosceva i problemi. ne condivideva le ansie, ne seguiva le vicende dalla nascita dei bambini alla morte dei nonni. Tutto ricordava. tutti conosceva, con una memoria che solo una grande apertura d’animo poteva alimentare.

Sicchè la semplice idea di non incontrarlo più sulle nostre strade. di non trovarlo più pronto al risvolto della via o improvvisamente alla discesa di un filobus o all’uscita da un negozio genera nel cuore un vuoto veramente incolmabile. Era onnipresente a Salerno! A volte non ti accorgevi di lui ed era lui allora col suo vocione allegro a chiamarti fuggendo dall’altro marciapiede.

Possiamo dire che siamo diventati tutti poveri con la partenza di fra Generoso. La nostra Provincia serafica, e in particolare il nostro convento, per il quale egli lavorava fin dal suo ingresso nell’Ordine, hanno perduto il frate che univa all’eccezionale dinamismo e alla straordinaria capacità realizzatrice una tenerezza semplicemente fra-terna: il popolo che era abituato a incontrarsi quasi quotidianamente con lui ha perduto l’occasione per ritemprarsi in un attimo e ritrovare la fiducia nella vita.

Quanto bene non ha dispensato fra Generoso! Il paragone manzoniano della vita francescana (« …noi siam come il mare, che riceve acqua da tutte le parti. e la torna a distribuire a tutti i fiumi ») trovava in lui quotidianamente la più ampia e più sorprendente veri-fica. Era davvero come il mare (chi poteva sfuggire all’incantevole richiamo di fra Generoso? Eravate tutti abbonati alla sua cassetta. pronti non solo a versare quanto le vostre possibilità vi suggerivano ma a sottostare alle sue simpatiche cordiali imposizioni… « E che vuoi fare con quest’offerta? Trovati il frate che l’accetti! »… E la offerta aumentava…); era come il mare: perchè, come riceveva, dava e generosamente… Quanti episodi ! Lo storico, e soprattutto il poeta, potrà domani comporre davvero un libro interminabile di fioretti…

Ne ricordo solo uno, di cui fui spettatore. Egli si era appena ripreso dall’ultima malattia, che lo aveva quasi portato all’orlo della tomba.

La notizia improvvisamente diffusasi della sua morte (ma era un equivoco) fece accorrere alla sua cella tanti e tanti amici. Tra gli altri capitò anche un parroco a lui molto devoto, il quale, dopo di essersi interessato del decorso della malattia, diede la sua offerta.

Pronta reazione di fra Generoso: « E che vuoi fare con questa offerta?

 

Sono 4 mesi che non ci vediamo… ». L’offerta aumentò… Era appena uscito il parroco che alla portineria si presentò una povera donna: veniva a chiedere un medicinale costoso a fra Generoso… Sebbene non ancora in grado di salire sulla sedia, volle rovistare nei due grandi armadi di medicinali che conservava nella sua cella… Cercò invano il medicinale… Non ci pensò due volte: triplicò la somma dell’offerta ricevuta e la inviò alla donna perchè andasse a comprare quanto le occorreva. Di episodi come questi possono contarsene a migliaia… Che cosa fra Generoso non era disposto a fare per aiutare chi si rivolgeva a lui? Andirivieni. telefonate nel più pittoresco degli idiomi. che partiva dal lei per arrivare al tu, anche con le più alte autorità; e tutto andava sempre per il meglio. perchè nessuno poteva negare nulla quando era fra Generoso che chiedeva…

Sarebbe un capitolo veramente interminabile… ma che pur domani si dovrà fare… se si volesse riandare alle sue opere di misericordia spirituale: quanti uomini sono ritornati sulla strada del bene dietro l’intervento a volte dolce. a volte rumoroso corrucciato, sempre pero simpatico e cordiale, di tra Generoso ! Quante famiglie non si sono ricomposte tacitamente per la mediazione di questo fraticello semplice e generoso, che ha rinverdito in modo mirabile l’epopea popolarissima del francescanesimo!

L’Angelo del buon Dio, intento a registrare nel libro d’oro le buone azioni che compiamo, si sarà forse stancato di scrivere o avrà chiesto a Dio nuovi volumi… E il Signore avrà detto che ormai la misura era colma…

Oh no, fratelli carissimi! Noi. nel supplicare il Signore affinchè voglia concedere la sua visione al servo buono e fedele che tanto largamente ha fatto lodare e benedire il suo nome, dobbiamo pregare anche chè il bene operato da fra Generoso trovi un degno corona-mento. una felice prosecuzione nel Cielo. ove egli dovrà continuare ad aiutare. in modo nuovo, la vasta famiglia umana che egli ereditò diventando francescano.

Le nostre siano lagrime cristiane: cocenti. come quelle di Gesù dinanzi alla tomba dell’amico Lazzaro, ma illuminate dalla certezza che fra Generoso dal Cielo sarà ancora per tutti noi il fratello buono sempre provvido e sollecito nei nostri bisogni,

 

REFERENDUM ISTITUZIONALE – 22-23 marzo 2026 –

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Elencati nella tabella, i risultati del referendum istituzionale del 22-23 marzo 2026 a Montecorvino Rovella (SA)

 

 

 

Elettori e votanti

 
Sezione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Totale
Elettori 855 867 1.153 742 787 800 1.143 1.032 1.014 1.293 9.686
Votanti 449 435 494 386 360 411 521 491 476 669 4.692
% Votanti 52,51% 50,17% 42,84% 52,02% 45,74% 51,38% 45,58% 47,58% 46,94% 51,74% 48,44%

 

Risultati voto

Sezione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Totale %
SI 161 201 228 160 151 183 210 216 226 326 2.062 43,95%
NO 285 233 264 223 208 225 304 269 245 335 2.591 55,22%
Totale validi 446 434 492 383 359 408 514 485 471 661 4.653 99,17%

 

Schede

Sezione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Totale %
Schede bianche 2 0 1 0 1 5 3 2 6 0 20 0,43%
Schede e voti nulli 1 1 1 3 1 2 2 3 3 2 19 0,40%

 

Totali finali

Sezione 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Totale
Totali voti 449 435 494 386 360 411 521 491 476 669 4.692 (100,00%)

Sabato Morretta

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Sabato Morretta detto Sabatino, nato a Montecorvino Rovella (SA) nel settembre del 1938, è stato un politico di spicco della Democrazia Cristiana. Inizia la sua carriera politica nel 1976 e da allora ricopre diversi incarichi di rilievo: È stato Assessore al Commercio, Agricoltura e Artigianato, Assessore ai Servizi Sociali, Igiene e Sanità inoltre Presidente della 1ª Commissione per i Servizi Cimiteriali e rappresentante della Comunità Montana Terminio-Cervialto.  Per molti anni ha svolto il ruolo di Vicesindaco, contribuendo attivamente allo sviluppo del territorio picentino.

Tra i suoi successi principali, si annovera la battaglia politica per l’istituzione della prima Farmacia Comunale a Montecorvino Rovella. Morretta è stato anche definito “Padre Putativo” dei commercianti e artigiani locali, grazie alla creazione del Piano Regolatore Generale del Commercio, fondamentale per l’apertura di nuovi esercizi. Appassionato di sport, è stato Presidente della sezione montecorvinese dei Liberi Amatori del Ciclismo e del Gruppo Sportivo Macchia. 

“Ritengo che fare politica non possa significare altro che raccogliere con entusiasmo, affetto e onestà  le istanze che pervengono dai cittadini”

 

 

FOTO CARNEVALE MONTECORVINESE 2026 Martedì 17 febbraio

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FOTO CARNEVALE MONTECORVINESE 2026

martedì 17 febbraio

 

FOTO CARNEVALE MONTECORVINESE 2026 domenica 15 febbraio

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Carnival party background.Venetian mask on white background with confetti. Copy space

FOTO CARNEVALE MONTECORVINESE 2026 domenica 15 febbraio

CINEMA ANDREA MEO – Montecorvino Rovella (SA)

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Il cinema nacque alla fine dell”800 ad opera dei fratelli Luis-Jean e Auguste Lumière. Esso riscosse grandissimo successo sin dalle sue prime apparizioni. Questa invenzione permetteva alle immagini fotografiche di scorrere non solo a una velocità tale da dare l’impressione del movimento, ma di essere anche proiettate su uno schermo davanti a più persone. La prima proiezione per un pubblico pagante avvenne il 28 dicembre 1895 presso il Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi. Nel cinematografo Lumière la pellicola, larga 35mm, veniva trasportata a scatto per mezzo di graffe che penetravano nei fori esistenti ai bordi della pellicola e ciò si ripeteva 16 volte al secondo, per mezzo di una manovella che si faceva girare a due giri al secondo.  

Caratteristica del cinema delle origini fu quella di non pensare ancora alla costruzione di un’immagine che guidasse lo sguardo dello spettatore verso gli elementi narrativi che avevano maggior peso drammatico. Il successo dei film dei fratelli Lumière fu determinato dal fatto che essi rappresentassero e riproducessero la realtà, nella quale il pubblico dell’epoca si rispecchiava.

Il cinema, però, non riscosse grande successo se non quando nacquero le prime case di produzione ed i suoi primi veri autori.

Quasi parallela all’attività dei fratelli Lumière si svolse quella del prestigiatore e illusionista Georges Méliès, considerato anche il primo grande regista del cinema. Questi mise a punto e perfezionò una serie di trucchi che gli consentirono di dar vita al cinema fantastico. Sia i film realistici che quelli fantastici, però, non presentavano notevoli progressi nel campo della tecnica cinematografica. In essi era presente l’uso del montaggio, ma solo nel passaggio da una scena all’altra o da un ambiente a quello successivo. Ogni episodio si componeva di una sola inquadratura, non c’erano montaggi interni alle scene e organizzazione drammatica all’interno dell’inquadratura.

Agli inizi del ‘900 alcuni registi inglesi introdussero nei film figure quali il piano ravvicinato e il montaggio alternato. Negli Stati Uniti il progresso fu più lento, ma continuo. Si deve, infatti, al regista Edwin Stratton Porter l’introduzione del movimento della macchina, la costruzione drammatica dello spazio, l’utilizzazione del mezzo primo piano dalle quali derivarono una maggiore partecipazione emotiva dello spettatore. In seguito furono introdotte la frammentazione di una scena in più inquadrature, la dilatazione e la concentrazione temporale, il montaggio alternato, il primo piano in funzione narrativa, lo sfruttamento delle possibilità espressive della cinepresa e la costruzione drammatica dei piani.

In Italia, la prima casa cinematografica fu fondata nel 1905 da Filoteo Alberini con il nome di “Primo stabilimento italiano di manifattura cinematografica Alberini e Santoni”. Essa realizzò il film “La Presa di Roma”, il primo di una lunga serie di film storici. Questo genere venne molto apprezzato, tanto da conquistare i mercati mondiali e, soprattutto, quello statunitense.

Nel corso di una decina d’anni, il cinema divenne un nuovo genere di spettacolo popolare, che attirava un pubblico sempre più vasto e vario, creando nuove abitudini, costumi e mode. La produzione cinematografica europea e statunitense si stabilizzò tanto che nacquero figure come quella del produttore, dello sceneggiatore e del regista, mentre gli attori e le attrici diventarono dei divi. Negli Stati Uniti, alcuni produttori indipendenti si stabilirono a Hollywood, creando una fiorente industria dello spettacolo. In questo periodo operò David Wark Griffith, iniziatore del cinema come arte. Nacquero la scuola comica di Mack Sennett, da cui uscì Charlie Chaplin, i western e i serials, film ad episodi settimanali.

Alla fine della prima guerra mondiale, il cinema subì delle modifiche dovute ai rivolgimenti politici e sociali di questo periodo. Mentre l’Europa attraversò un profondo periodo di crisi, gli Stati Uniti rinforzarono le proprie strutture produttive.   

Accanto allo sviluppo del cinema americano, nel 1919 in Germania il produttore Erich Pommer, dopo aver consultato dei pittori, decise di girare un film, la cui sceneggiatura si presentava poco convenzionale, in modo espressionista. Questo movimento di avanguardia, oltre la pittura, aveva investito anche il campo letterario, teatrale e architettonico e con esso Pommer riteneva di lanciare il cinema tedesco sul piano internazionale. L’Espressionismo tedesco lavorava sulla messa in scena che sottoponeva a forme di assoluto controllo. Le scenografie erano distorte e irreali, gli attori portavano trucco pesante e si muovevano in modo sinuoso. Tutti gli elementi della messa in scena interagivano tra loro dando vita ad una composizione complessiva dell’immagine in cui i personaggi erano un elemento visivo che si fondeva con esso.

Negli anni ’20 in Unione Sovietica, in Germania e in Francia artisti ed intellettuali erano alla ricerca e alla creazione di un nuovo modo di esprimersi.

Nell’Unione Sovietica la produzione cinematografica si mosse su nuove basi. Registi come Kulesov e Vertov rinnovarono il linguaggio con un nuovo e rivoluzionario impiego del montaggio. Per i registi sovietici un film non esisteva nelle sue singole inquadrature, ma solo nella loro combinazione in un intero. Oltre al montaggio, altra caratteristica del cinema sovietico di questo periodo fu il rifiuto della psicologia individuale, che perdeva il suo ruolo di motore del racconto a vantaggio di forze sociali di ben più ampia natura. Il declino della straordinaria stagione del cinema rivoluzionario sovietico non fu dovuto, però, a fattori industriali ed economici, ma dalle accuse del governo che sosteneva che i cineasti si erano avvicinati al cinema in maniera molto formale.

In Francia, nel frattempo, si affermò un cinema di qualità, che teneva conto delle ricerche della avanguardia. Esso venne definito “Impressionismo francese”. I registi di questo periodo (Abel Gance, Germain Dulac, ecc.) dichiaravano che il cinema si dovesse affermare nella propria purezza, liberandosi da ogni influenza nei confronti del teatro e della letteratura, saper esprimere suggestioni e sensazioni, diventare un mezzo attraverso il quale l’artista potesse liberare i propri sentimenti. L’emozione divenne, quindi, l’elemento centrale della loro estetica e l’interesse si concentrava sulla realtà interiore dei personaggi messi in scena. Il tempo e lo spazio del racconto venivano continuamente manipolati, attraverso il ricorso ad immagini della memoria, sogni, fantasie e stati mentali. L’esperienza dell’Impressionismo francese si concluse, però, con la fine dell’epoca del muto, perché l’industria francese non era disposta a spendere denaro in progetti troppo rischiosi.

Alla fine degli anni ’20 il cinema divenne sonoro, provocando una radicale trasformazione produttiva e tecnologica. I film muti ricorrevano alle didascalie per i dialoghi ed, in sala, erano accompagnati da un’orchestra che eseguiva musiche di repertorio o appositamente composte per l’occasione: mancava la colonna sonora. I progressi della radiofonia consentirono di applicare anche al cinema nuovi ritrovati tecnici.

La Warner Brothers, una piccola casa cinematografica in difficoltà finanziarie, nel 1926 produsse il primo film, “Don Juan”, con musiche sincronizzate. Esso non riscosse il successo che, invece, ottenne il film successivo, “Il cantante jazz”, in cui sia i suoni che le parole erano registrati sulla pellicola. Alla fine degli anni ’20, in America, il cinema muto venne abbandonato, cosa che cominciò a diffondersi anche in Europa. La rivoluzione del sonoro coincise con la grave crisi economica che, dal 1929 sconvolse gli Stati Uniti ed i paesi industrializzati. Dagli anni ’30 sino ai primi anni del ’60, il cinema divenne strumento di propaganda ideologica e contribuì a diffondere le nuove idee sociali e politiche. Hollywood divenne, più di prima, il simbolo del cinema come spettacolo e i film di questo periodo erano tutti intenti a rappresentare i vari aspetti della vita quotidiana, mettendo in luce sia gli aspetti morali che quelli paradossali. John Ford riprese il vecchio western e lo portò ad un livello elevato, Joseph von Sternberg seppe costruire uno straordinario campionario della femminilità, con i film interpretati da Marlene Dietrich ed ebbe grande affermazione il musical. Gli aspetti più significativi ed originali del cinema americano furono costituiti dalla commedia di costume e dal cinema di animazione.

In Europa l’avvento del sonoro coincise, da un lato, con una generale crisi del cinema, dall’altro, con l’uso propagandistico del mezzo. In Francia si ebbe una stagione cinematografica molto vivace. Si era sviluppato un genere di film molto realistici, con venature romantico-poetiche.

In Gran Bretagna un apporto notevole fu costituito oltre che da Hitchcock, che si era specializzato nel genere giallo raggiungendo, in seguito, a Hollywood, fama mondiale, anche dalla Scuola documentaristica britannica, capeggiata da John Grierson.

In Germania, dopo l’avvento al potere di Hitler, il cinema si sviluppò entro schemi fortemente politicizzanti. Molti registi, attori e sceneggiatori preferirono scegliere la via dell’esilio. I pochi rimasti produssero film nazisti e propagandistici.

In Italia, con l’avvento del Fascismo, ci fu una riorganizzazione produttiva del cinema. Furono create Cinecittà e il Centro sperimentale di cinematografia. Si affermarono molti registi come Alessandro Blasetti e Mario Camerini e attori come Vittorio De Sica. Alla fine della seconda guerra mondiale, il cinema traeva i suoi temi dalla letteratura ottocentesca e d’impianto formalistico. Solo in seguito, con l’affermarsi del regista Luchino Visconti, cominciò a diffondersi il cinema realistico. Questo regista venne, infatti, considerato il precursore diretto del Neorealismo cinematografico italiano. I film neorealisti venivano girati per le strade e in ambienti reali, senza utilizzare attori professionisti e i registi avevano lo scopo di rappresentare la realtà senza manipolarla. Il cinema di questo periodo ebbe il merito di saper rappresentare con grande autenticità il disperato paesaggio sociale, la tragica realtà italiana che usciva dal fascismo e l’esperienza dell’occupazione tedesca, mettendo in scena le vicende di piccoli uomini.

Le scelte di fondo del Neorealismo, il rifiuto degli attori professionisti e la scelta di girare in ambienti reali erano dovute soprattutto allo stato disastroso in cui versava l’industria cinematografica italiana e degli studi di Cinecittà, gravemente danneggiati dai bombardamenti. Il fatto che i film dovessero aderire più che potevano alla realtà, comportò un uso meno accentuato del montaggio e dell’illuminazione artificiale. Talvolta, inoltre, il finale dei film restava aperto proprio per lasciare al pubblico la scelta tra possibili e diversi esiti. I più importanti registi del Neorealismo furono Roberto Rossellini, Vittorio De Sica Cesare Zavattini e molti altri. Da questo nuovo modo di far cinema, si sviluppò, negli anni ’50, il “Neorealismo rosa” e successivamente la commedia all’italiana, di cui furono degni rappresentanti Comencini, Risi, Pietrangeli e Monicelli. Su questo sfondo si mossero anche altri registi che alimentarono i film con la loro poetica personale: Michelangelo Antonioni e Federico Fellini.

Anche negli Stati Uniti si cominciò a sentire un certo influsso del Neorealismo. A poco a poco vennero abbandonati i film di propaganda bellica e si rispolverarono i vecchi generi, dal western al poliziesco, dal musical all’avventuroso.

In Francia il Neorealismo non ebbe grande influenza. Una grande novità si manifestò alla fine degli anni ’50, quando un folto gruppo di giovani critici cinematografici diedero vita ad un cinema nuovo, denominato “Nuovelle vague”. I registi di questo nuovo cinema sostituirono le riprese in studio con quelle in ambienti reali, all’illuminazione artificiale preferivano quella naturale, i dialoghi venivano improvvisati e si avvalevano di mezzi leggeri e flessibili rispetto alle elaborate attrezzature degli studi cinematografici. Sul piano narrativo, i film della Nouvelle vague diedero vita a una narrazione giocata sulla casualità, l’imprevisto e il paradossale. L’autore più significativo di questo nuovo cinema fu Jean Luc Godard, la cui produzione fu molto vasta.

In Gran Bretagna si sviluppò un cinema di qualità che si impose sul mercato internazionale per alcuni anni. Solo agli inizi degli anni ’60, però, prese le mosse un cinema “giovane”, con l’esordio di numerosi registi di valore.

Dopo la grande stagione del Neorealismo, il cinema italiano, come anche quello europeo, attraversò una fase di crisi creativa. Tuttavia l’industria cinematografica andava bene e negli anni ’60 i film che ebbero maggiore successo erano gli horror, le commedie e quelli epici. Con Fellini, inoltre, si era imposto un tipo di film in cui la realtà quotidiana era compenetrata dalla fantasia e dall’immaginazione. Il film più rappresentativo di questo regista fu “La dolce vita”, in cui compare il ritratto di un mondo che trascorre la sua esistenza tra feste e serate mondane, che in realtà nascondevano il vuoto più assoluto. Molto interessante fu anche la produzione del regista Antonioni, che si affermò poco più tardi di Fellini. I suoi film presentavano caratteri più astratti ed erano contrassegnati da grande stravaganza e vitalità. Il successo dei film di Fellini e di Antonioni favorirono, nel corso degli anni ’60, l’esordio di nuovi registi, che seguirono la via del cinema d’autore. Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci operarono tutti tra gli anni ’60 e ’70. Il cinema di Pasolini coniugava la rappresentazione della vitalità sottoproletaria alla riscoperta del mito, attraverso uno stile originale e moderno. Bellocchio fece dei suoi film un atto di accusa contro la famiglia e la cultura piccolo-borghese, insistendo su ambienti claustrofobici, conflitti tra parenti, tensioni politiche e giovani emarginati. Bertolucci, dopo un esordio pasoliniano, creò nei suoi film una serie di ritratti di personaggi ambigui che volevano fuggire da un universo che riusciva alla fine a possederli.

In America, gli anni ’60, segnarono l’esplosione di un duro conflitto generazionale. I giovani, infatti, si affermarono come nuovo soggetto sociale che aveva una propria ideologia e un proprio stile di vita. Le giovani generazioni americane in quel periodo si battevano per tre motivi fondamentali: ottenere maggiori diritti civili, impegnandosi ad affermare soprattutto la parità tra neri e bianchi, schierarsi contro la guerra e ottenere più diritti per la libertà femminile.

Hollywood dapprima non si occupò di questi problemi, perché era tutta presa ad arginare la diminuzione del pubblico causata dall’avvento della televisione. In seguito, però, i produttori cinematografici hollywoodiani cominciarono a porre questi nuovi aspetti culturali all’interno dei propri film. Manifesto di questo nuovo tipo di cultura fu il film “Easy Rider” di Dennis Hopper che proponeva temi come la musica rock, la ribellione, la droga, la libertà sessuale e il viaggio inteso come ricerca di una nuova frontiera. Questo film seppe rappresentare a pieno i sentimenti di un’intera generazione e dimostrò uno stretto legame tra tendenza giovanilistica e sperimentazione stilistica. Il successo di questo film dimostrò non solo che la composizione degli spettatori era mutata, ma anche la necessità di un cambio generazionale. Negli anni ’70 cominciarono ad affermarsi nuovi registi, chiamati “movie brats”. Questi avevano frequentato le università del cinema e, quindi, oltre a conoscere bene la sua storia avevano anche l’età degli spettatori. Tra loro ricordiamo Francis Ford Coppola, George Lucas, Steven Spielberg, Martin Scorsese, Woody Allen, ecc.. Utilizzando nuovi soggetti nei loro film riuscirono e riescono ancora oggi ad ottenere un grande successo. Il cinema americano, in questo modo, ha confermato la validità di un mezzo, nato per produrre la realtà e divenuto ben presto uno straordinario produttore del fantastico.

Negli anni ’70 in Germania si affermò una nuova generazione di cineasti che risollevò le sorti del cinema tedesco. Nel secondo dopoguerra, infatti, il cinema era controllato dagli americani e, quindi, la produzione tedesca era quasi inesistente. Con la creazione del Festival di Oberhausen i cineasti tedeschi si diedero molto da fare per trovare condizioni più favorevoli alla produzione. Nel 1964 anzi il governo tedesco, pur di risollevare la propria cinematografia, concesse dei prestiti a tasso zero d’interesse perché questi registi realizzassero nuovi film. Nei primi anni ’70 si registrò così un boom del cinema tedesco, che si estese anche in Europa e in America. Al cinema tedesco spettò anche il merito di essere stato il primo a porre il problema della condizione femminile dal punto di vista della donna. Esso vantava una grande presenza femminile, tanto che un terzo dei film presentati al Festival di Berlino del ’78 erano diretti da donne.

In questi ultimi anni il cinema ha dovuto confrontarsi con la televisione e con i nuovi mezzi di diffusione dell’immagine semovente, instaurando con essi un rapporto dialettico. Uno degli aspetti più significativi è stata la nascita di pubblici diversi. Ciò non ha consentito più di parlare di una produzione cinematografica unitaria, ma diversificata. Nella produzione cinematografica moderna è stato possibile individuare solo alcune linee di tendenza.

Negli anni ’90 la produzione cinematografica è stata molto varia. Da un lato si è assistito alla proliferazione dei grandi film spettacolari, dall’altra si è consolidata una tendenza ad un cinema d’autore, che ha affrontato problemi attuali in maniera originale. Sono stati prodotti anche film di larga diffusione popolare, come quelli di Spielberg ricchi di effetti speciali.

Il cinema europeo, invece, si rifaceva ad un’idea di cinema più tradizionale: la forza simbolica e l’intensità realistica dell’immagine cinematografica si contrapponeva alla banalità quotidiana di quella televisiva. In Italia il cinema ha attraversato diverse fasi critiche, ma con le opere di registi come Ettore Scola, Nanni Moretti, Pupi Avati, Giuseppe Tornatore, Gabriele Salvatores e Roberto Benigni, sembra che ci siano alcune linee di sviluppo di grande interesse.

In Inghilterra sono stati realizzati una serie di film caratterizzati da una forte attenzione alla vita quotidiana di gente semplice, spesso in un rapporto di emarginazione con il resto della società o appartenente agli strati economicamente più deboli. Le loro narrazioni fondono il dramma con la commedia e disegnano con efficacia ritratti di individui colti attraverso il filtro del rapporto con la società. Ciò che questi registi vogliono sottolineare è il difficile rapporto che queste persone hanno con la società, pertanto si avvalgono di attori di grande levatura.

Montecorvino Rovella venne investita dalla “febbre del cinema” sin dall’apparire delle prime pellicole. Come risulta dalla delibera comunale n. 49, del 15 maggio 1907, che riportiamo, i signori Troiano Stanislao e Positano Donato, infatti, il 15 maggio del 1907 chiesero al comune di questa cittadina il permesso di occupare per sei anni una parte di suolo in Piazza del Popolo, nel quale volevano “costruire un cinematografo”:

“Si assenta il Consigliere Budetta Conte Ferdinando.

La seduta è pubblica. È all’ordine del giorno il seguente oggetto, depositato ventiquattro ore prima sul tavolo della presidenza:

Istanza Troiano-Positano occupazione temporanea suolo strada esterna impianto Cinematografo

Si dà lettura della seguente istanza avvanzata dai Signori Troiano Stanislao di Raffaele e Positano Donato di Dionigi:

“Ai rispettabili Signori Sindaco e Consiglieri del Municipio di Montecorvino Rovella. I sottoscritti Troiano Stanislao di Raffaele e Positano Donato di Dionisi, rivolgono alle SS. LL. la presente domanda, diretta ad ottenere la concessione temporanea di una parte di suolo nella piazza del Popolo, sito nella via esterna di questo Capoluogo Rovella. I richiedenti intendono impiantare un Baraccone in legno per dare al pubblico le rappresentazioni Cinematografiche, che verrà costruito nel primo spiazzo del lato destro di detta Via Esterna, e precisamente allo sbocco del Vicolo Venezia, serbando una distanza dal vicolo stesso di metri due e centimetri novanta. Detto baraccone verrà costruito a tutta regola d’arte, con una estetica soddisfacente, ed avrà le dimensioni di metri Sette di larghezza per metri quattordici di lunghezza, che corrisponde ad un’area di metri quadrati Novantotto, e dell’altezza laterale dalla grondaia al suolo di metri tre e centimetri ottantacinque, mentre nel centro della covertura l’altezza intera sarà di metri cinque e centimetri settanta. Nel lato orientale del Baraccone vi rimane una larghezza media di metri tre e centimetri settanta, sufficienti al passaggio del pubblico per accedere alla rimanente vasta piazza del Popolo adibita per mercato, a cui vi si può transitare da altri siti, presso il Baraccone, da diversi lati. La cabina ove vien collocata la macchina verrà foderata di Amianto, materia refrattaria al fuoco, perciò di somma garentia contro l’incendio. Si fa notare al Rispettabile Consesso che nel lato occidentale del surriferito Baraccone non si arreca verun pregiudizio ai proprietarî , rimanendovi una distanza dalle rispettive case di metri sei in media. La concessione in esame si richiede per la durata di anni sei, restando a carico dei richiedenti tutte le spese occorrenti per la costruzione del Baraccone, come quelle pel disfacimento di esso al termine della concessione, facendo proprio il materiale di risulta. A corredo della presente domanda si alliga uno schizzo dell’edifizio che s’intende costruire, eseguito dal Perito comunale Carlo Sorrentino, e rilevato alla presenza dell’Assessore del ramo Sig.r Cerino Egidio. Gli esponenti si augurano che l’onorevole Consiglio, accogliendo benevolmente la istanza, vorrà accordare la chiesa concessione, in considerazione benanche che lo scopo a cui è diretta l’opera è dilettevole ed istruttivo. Montec.o Rovella, li 4 maggio 1907 – Firmati – Stanislao Troiano di Raffaele – Donato Positano”.

Il Consiglio, unanime dispone discutersi subito la presente domanda.

Il Consigliere Avv. Denza propone accogliersi la istanza, tanto più che dall’Amm.ne si debbono incoraggiare le iniziative che partono da concittadini, i quali, cercando di fare un utile, danno al paese il modo di divertirsi.

Il Consigliere Sig. Meo si associa al collega Denza.

Il Consigliere Cav. Maiorini non si oppone alla concessione ma vorrebbe che i proprietarî viciniori fossero garentiti da possibili incendî.

Il Consigliere Avv. Pagano plaude alla iniziativa dei due bravi artisti Troiano e Positano. Propone che la Giunta sorvegli l’andamento dei lavori, sia in quanto all’ubicazione, e sia per la estetica. È sicuro che guardando all’uso cui sarà addetto il Baraccone, la Giunta terrà presente le disposizioni di legge, onde garentire la incolumità dei cittadini in caso d’incendio.

Ed il Consiglio

Con voto unanime, accoglie la dimanda avvanzata dai Signori Troiano e Positano e concede quindi per anni sei il suolo alla via esterna per la costruzione di un baraccone esclusivamente da adibirsi per spettacoli Cinematografici, col mandato alla Giunta di sorvegliare l’andamento dei lavori, tenendo presente le raccomandazioni del Consigliere Pagano.

Stante la urgenza, con voto unanime, a norma di legge, dà la immediata esecuzione al presente deliberato”.

Come risulta dalla seguente delibera comunale (n. 58 del 22 maggio 1907), qualche giorno dopo i due presentarono un’altra domanda: “Il Presidente dà lettura della seguente dimanda: ” Ai rispettabili Signori Sindaco e Consiglieri del Municipio di Montec.o Rovella. I sottoscritti Stanislao Troiano di Raffaele e Donato Positano di Dionisio ringraziano sentitamente questo on. Consesso Municipale pel modo unanime con cui venne accolta la loro domanda, e pel plauso fatto alla loro impresa. Fanno poi notare alle SS.LL. che essendo sorto il bisogno per ragione tecnica di occupare in lunghezza, per costruire il Baraccone, almeno un altro metro di suolo, pregano le SS.LL. di accordare tale occupazione con quella stessa unanimità ed entusiasmo della volta scorsa. I sottoscritti da parte loro nulla tralasceranno per fare sì che l’opera riesca per bene. Sicuri, ne ringraziano di cuore anticipatamente l’onorevole Consesso. Con stima. Montec.o Rovella, lì 20 maggio 1907 – Firmati – Stanislao Troiano – Donato Positano.

Il Consiglio

Con voto unanime dispone discutersi subito la istanza Troiano-Positano, e nel merito, riportandosi alla precedente deliberazione 15 corrente maggio n° 49, colla quale furono concessi novantotto metri quadrati di suolo alla strada esterna ad essi Troiano e Positano per l’impianto di un baraccone per esclusivo uso del cinematografo, accoglie la istanza in esame, e permette che il barraccone avesse un metro di più di lunghezza, restando questa concessione subordinata ai patti e condizioni espresse nel cennato deliberato 15 maggio corrente N° 49.

Stante la urgenza, alla stessa unanimità, dà la immediata esecuzione al presente deliberato”.

i Francesca Colangelo,
(a gentile concessione del Prof. Giovanni Colangelo)

 

 

Appunti sul Cinema Andrea Meo di Montecorvino Rovella ( SA )
 
Nunzio Di Rienzo : Ricerche storiche – Anno 2010
 
Nel 1820, all’epoca della separazione dei due Comuni di Montecorvino Rovella e Montecorvino Pugliano, le varie Amministrazioni che sino ad allora si erano succedute, si erano poste sempre il problema della strada che attraversava il nucleo centrale di Montecorvino Rovella, il Casale Strada, ( da Via Iorio a Via Diaz ). Detta strada che collegava la Piana ( da San Martino) ed il Casale Pugliano e si dirigeva verso il Casale Rovella aveva una estensione massima di circa tre metri , costeggiava un dirupo del giardino dei Maiorini ed i Palazzi di sinistra ( Pico, Maiorini) e inframmezzata da un piccolo spiazzo ( Spiazzo Consalvi ) che serviva da sosta alle carrozze che erano giunte sin lì per consentire il passaggio a quelle che provenivano in senso contrario.
Provenendo dalla Piana o da Pugliano, sulla destra vi era un dirupo che costeggiava il giardino della famiglia Maiorini e gli unici palazzi esistenti erano la sede Municipale ( poi Pretura ) 1760 ed il Palazzo Aitoro proprio al termine del percorso (1754) che si affacciava sulla Piazza del Popolo ( Piazza Umberto I).
Ad iniziare dalla prima amministrazione del neonato Comune di Rovella, nel 1820, guidata dal Sindaco Diego Bassi, furono intraprese varie iniziative per alleviare il passaggio delle carrozze, ivi compresa la discesa nel giardino dei Maiorini ( dove ora c’è la colonnina spartitraffico) con un dislivello di circa sei metri e dopo un percorso di un centinaio di metri ( Corso Umberto I ) si risaliva sulla Piazza del Popolo agganciati da un carretto con quattro cavalli. Ciò avveniva solo in giorni di sole, infatti nei giorni di pioggia il fango sul sentiero non consentiva il transito.
Furono concesse numerose licenze per costruire fabbricati per uso abitazione sino alla fine del 1800 per dare consistenza alla parte destra espropriata del più volte nominato giardino dei Maiorini ed iniziare , già dal 1840, la costruzione di una strada, con innalzamento della massicciata, che dava la possibilità di una alternativa alla strada del Casale omonimo.
Le costruzioni delle abitazioni sul lato sinistro andavano quasi di pari passo alla costruzione della strada che agevolava il trasporto di materiali e fu creata a metà strada , sottostante la piazzetta della parte superiore, un’altra Piazza che fu dedicata al Re Vittorio Emanuele, dopo l’unificazione del Regno d’Italia.
Con l’avvento del Regime fascista, tra gli anni 1927 e 1934, sotto la direzione del Podestà Armando Meo, Montecorvino Rovella ebbe una totale trasformazione nel suo sviluppo urbanistico e venne abbellita dalla Costruzione del Parco delle Rimembranze, dei giardini Pubblici di Piazza Budetta, di numerosi fontane , pubblici lavatoi, orologi pubblici, ecc..
Tra le tante iniziative, vi fu anche quella di costruire un luogo di aggregazione e di spettacolo , nonché un piccolo albergo, sulla Piazza Vittorio Emanuele, che scomparve, per offrire ospitalità ad eventuali visitatori. E tale iniziativa ebbe la sua concretezza con un contratto stipulato tra il Comune ed il Sig. Quaranta Nicola fu Andrea, come si evince da due deliberazioni del Podestà, datate rispettivamente 11 marzo 1933, n.92 e 15 maggio 1933, n.190, che si allegano alla presente ricerca.
La costruzione, terminata, adibita nella parte superiore ad albergo e nella parte inferiore a Cinema teatro, fu intitolata ad Andrea Meo, Sindaco di Montecorvino Rovella dal 1892 al 1895, e anche per fare un gradito omaggio al Podestà.
Il cinema terminò la sua funzionalità già dagli anni ottanta del secolo scorso e il fabbricato, dopo una lungaggine burocratica che non interessa ai nostri fini storici, attende una destinazione che possa servire la Comunità locale come luogo di incontri, convegni, spettacoli, ecc…
NUNZIO DI RIENZO
 
 

 

interno cinema meo anni 50

 


 

FOTO – Presepe Vivente Montecorvino – 27 dicembre 2025

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Presepe Vivente Montecorvino
27 dicembre 2025